Il centro studi Sme a gennaio 2020 ha previsto una crescita della domanda di acciaio inox nei prossimi 5 anni da 43,8 milioni di tonnellate (2019) a 54,2 milioni (2025) con un incremento del 24%.

La stima, tuttavia, è stata calcolata a inizio anno, quando ancora la pandemia non aveva di fatto rallentato in maniera significativa l’economia mondiale. Il mercato europeo e asiatico aveva già dato segnali di contrazione in chiusura dell’anno passato, accennando a una leggera ripresa a gennaio e febbraio 2020; ripresa che è stata congelata dal lockdown generalizzato.

Ecco quindi che negli ultimi mesi sono cambiati i valori di riferimento: se da un lato l’inox rimane una commodity, dall’altro dobbiamo considerare che i suoi settori di utilizzo sono prettamente beni di consumo durevoli, colpiti dal calo della domanda a causa del Coronavirus.

Le previsioni dei centri ricerca non sono incoraggianti: dopo aver contabilizzato una riduzione per il primo quarter dell’11,9% mondiale (di cui 15,5% per Emea, 11,7% per Apac e 4,8% per America) stimano una ulteriore contrazione, per il secondo trimestre, tra il 20 ed il 25 %.

Un altro impatto negativo è dato dal prezzo del Nickel, che si è abbassato del 15% tra il Q4/2019 ed Q1 del 2020 ed è destinato ad imboccare un trend discendente. Questo non solo influenzerà i prezzi di vendita ma comporterà una svalutazione delle rimanenze che si rifletterà sui conti economici.

Le importazioni in Europa, inoltre, tornano a crescere sopra le 80 mila tonnellate mese il che in termini percentuali quantifica l’import sopra il 29% del consumo Europeo. Questi dati certificano che il regime di sorveglianza non basta e che il differenziale di costi specie ambientali richiederà strumenti (dazi antidumping) più specifici e obbligatori.